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IL MERCANTE DI VENEZIA

  • DA WILLIAM SHAKESPEARE

    ADATTAMENTO E REGIA FILIPPO RENDA
    CON FRANCESCA AGOSTINI, SEBASTIANO BOTTARI, MATTEO GATTA, MATTIA SARTONI, BEPPE SALMETTI, IRENE SERINI, SIMONE TANGOLO
    SCENE E COSTUMI ELEONORA ROSSI
    ASSISTENTE COSTUMISTA ALICE MANCUSO
    ASSISTENTE ALLA REGIA VALERIA DE SANTIS
    LUCI MARCO GIUSTI
    ELSINOR CENTRO DI PRODUZIONE TEATRALE IN COLLABORAZIONE CON IDIOT SAVANT

Scontro etico, sociale e culturale. Conflitto fra amicizia e amore. Lealtà e giustizia. Questi i temi portanti de Il Mercante di Venezia. Ancora una volta Shakespeare riesce a scavalcare il limite temporale e a fornirci materia per riflettere su di noi e sul nostro presente. Complice la magia di Venezia, l'allestimento del Mercante shakespeariano è spesso stato lo spunto per ricreare lussuosi allestimenti. In questa lettura, Venezia è una città annodata nell'intrico delle calli, prigioniera di un'acqua stagnante che la invade compromettendo le condizioni igieniche e la salute psichica dei protagonisti. Venezia è l'epicentro di un terremoto morale, al cui nucleo è collocata la presunzione umana di credersi infallibili, l'inevitabile cortocircuito tra giustizia e giustizialismo, tra ordine e vendetta. Il punto di partenza è una condizione umana di stagnazione; ma il punto di arrivo è lo scontro religioso e morale. In una Venezia malata di ristagno, il celebre personaggio di Shylock è uno di quegli archetipi shakespeariani ai quali sono attribuiti in modo quasi aprioristico tratti di immoralità e colpa. Le letture tradizionali del testo assumono questo pregiudizio acriticamente, senza mai metterlo in discussione e relegando la richiesta di penale del contratto (la famosa libbra di carne) a un mero coup de théâtre. Eppure, il riscatto è un indizio: Shylock non chiede denaro, ma carne; non vuole ricchezza, ma vita. L'usuraio ebreo è in scena sempre vestito di nero non perché le sue vesti riflettano la sua scura condizione morale, bensì per un fatto oggettivo: è da poco rimasto vedovo. Shylock vive lo stesso drammatico impasse di Antonio. Nella città stagnante, l'ebreo è uguale agli altri.

 

Non mi è mai interessato mettere in scena un testo già esistente ma utilizzarlo come pretesto per mettere in luce delle ossessioni del tutto private e personali. Non mi interessa scrivere un testo con un linguaggio contemporaneo, cerco piuttosto di impossessarmi dell’autore e del suo stile mimetizzando i miei contenuti. Quando la generazione under 30 incontra Shakespeare si trova di fronte a un archetipo, a un genitore che bisogna essere disposti ad uccidere, a violentare, a tradire. Rischiando di rimanerne schiacciati, sconfitti. Ma non è questo il rischio che un under 30 deve essere disposto a correre?

Credo non ci si debba aspettare mai nulla da un’opera artistica, se non l’onestà da parte di chi la compone, la sua disponibilità completa e scandalosa a mettere a nudo ciò che di solito viene, forse giustamente, celato: le proprie paure, i propri desideri, i propri tabù. Shakespeare rappresenta un alleato incredibile per questa funzione, forse perché si tratta del drammaturgo che, più di tutti, è stato in grado di sezionare e ispezionare ogni cavità dei comportamenti e degli usi umani.

Filippo Renda

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