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IL PIACERE DELL'ONESTÀ

  • DI LUIGI PIRANDELLO

    REGIA ROBERTO TRIFIRO'

    CON RAFFAELLA BOSCOLO, STEFANO BRASCHI, SONIA BURGARELLO, FRANCESCO MIGLIACCIO, ANDREA SOFFIANTINI, ROBERTO TRIFIRO'

    PRODUZIONE ELSINOR CENTRO DI PRODUZIONE TEATRALE

Il piacere dell’onestà (1917) trae ispirazione, come spesso accade nelle opere teatrali di Pirandello,  da una sua novella, in questo caso Tirocinio (1905). È un testo fondamentale nella storia della sua drammaturgia; vi troviamo infatti la prima espressione compiuta di quella serie di “uomini soli” che attraversano i punti più alti della sua creatività, e dall’altro ritroviamo uno dei miti centrali dell’ideologia pirandelliana, quello della maternità.

Il piacere dell’onestà (1917) trae ispirazione, come spesso accade nelle opere teatrali di Pirandello,  da una sua novella, in questo caso Tirocinio (1905). È un testo fondamentale nella storia della sua drammaturgia; vi troviamo infatti la prima espressione compiuta di quella serie di “uomini soli” che attraversano i punti più alti della sua creatività, e dall’altro ritroviamo uno dei miti centrali dell’ideologia pirandelliana, quello della maternità.

Baldovino non è riconducibile al cliché puramente caricaturale del protagonista della novella; egli è la prima, compiuta figura di eroe antagonista del testo pirandelliano: quale non era ancora né il Laudisi di Così è se vi pare, né la Beatrice del Berretto a sonagli.

È il primo dei molti uomini soli, che animano il panorama drammaturgico del nostro scrittore, la prima immagine di un universo maschile, che ha scoperto (per costrizione o per scelta) la dimensione della solitudine, del rapporto tra maschi, come emerge fascinosamente nel racconto che ne fa l’amico Maurizio, nella memoria di una passeggiata notturna, fantastica, tra lo sprazzare delle lucciole, lungo il viale attorno alle mura di Macerata. L’eroe pirandelliano nasce sempre in questa condizione ambientale, mentre parla a un altro uomo. Soltanto gli uomini, soltanto i maschi, riescono a comunicare tra di loro. Il culto della ragione, la vocazione pungente per la riflessione e per l’astrazione, sono i blasoni (ma anche la maledizione) di questi personaggi. Baldovino è appunto la ragione introdotta in una società borghese preda del sentimento; è l’intelligenza chiamata a far ordine in quel mondo, “l’intelligenza che non scusa ma compatisce” per citare una frase del testo; è un giudice sì di quella società, ma un giudice non severo. Come già in Pensaci Giacomino e in Ma non è una cosa seria, Pirandello usa l’espediente del falso matrimonio, su cui si confrontano personaggi costretti a togliersi la maschera dietro la quale hanno ingannato se stessi e gli altri. Si rivela così il vero volto della varia umanità dei protagonisti. Chi finora era apparso al sommario giudizio degli altri un disonesto, a cui affidare un’azione infame, si rivela invece una persona rispettabile e chi agli occhi dei buoni borghesi godeva di alta considerazione, un marchese di alto lignaggio, si manifesta per quello che è: un uomo infido e mediocre nelle azioni e nei sentimenti. La peculiarità della regia, partendo da uno spazio scenico, che andrà via via spogliandosi degli arredi, e quindi della “maschera di scenografia” sarà quella di presentare, attraverso il linguaggio anche parossistico della pièce e quindi dell’azione, la fragilità delle identità dei personaggi, che talvolta sembrano essere messi dall’autore in situazioni limite per vedere come reagiscono, fino ad arrivare essi stessi alla coscienza di non saper bene fino in fondo chi davvero siano, se persone o … personaggi…